Incantevole borgo marchigiano tra colline e panorami mozzafiato. Storia, tradizioni e ospitalità vi attendono per un’esperienza autentica nel cuore della provincia di Fermo.

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Nel centro storico di Ortezzano, affacciata sull’omonima piazza, vive la Chiesa di San Girolamo, oggi amata parrocchiale e custode silenziosa della storia del borgo.

Le sue origini si perdono nel tempo, ma sappiamo che già nel 1290 esisteva qui una piccola cappella legata alla Pieve di San Massimo. Fu però nel Cinquecento che San Girolamo sbocciò davvero: mentre le antiche chiese di San Massimo e Santa Croce vedevano tramontare la loro importanza, questa piccola cappella ne raccolse l’eredità, diventando Pieve e centro della vita religiosa del paese, guidata dal primo pievano di cui abbiamo memoria, Don Vagnozzo Vagnozzi, dal 1566. È interessante notare che la dedica a San Girolamo precede la fondazione stessa della parrocchia; questo suggerisce un legame profondo con i monaci farfensi, per i quali il santo, noto traduttore della Bibbia, incarnava perfettamente il loro ideale di preghiera e lavoro. Arrivati al Settecento, l’edificio richiedeva ormai interventi significativi. Fu così che, intorno al 1770, grazie all’impulso del Cardinale Paracciani e soprattutto alla generosità della gente di Ortezzano, la chiesa venne ricostruita: un lavoro che durò cinque anni, culminato con la benedizione nel 1775 e la consacrazione solenne nel 1799. Entrando oggi, ci accoglie uno spazio a tre navate: quella centrale più alta e luminosa, che si chiude in un’abside piatta. Numerosi dettagli architettonici e decorativi ci raccontano le trasformazioni vissute nel tempo da questo luogo sacro. Tra questi, spicca l’originario ingresso, poi murato, sul lato ovest, che conserva ancora l’originario stemma comunale datato 1637 e, inglobato nella muratura, un capitello; nel campanile, alto circa 20 metri e restaurato a metà Ottocento, è stata rinvenuta un’epigrafe di età romana riutilizzata come architrave di una piccola finestra.

Fino al XVIII secolo, la chiesa ha svolto anche la funzione di luogo di sepoltura per la comunità locale, accogliendo persino membri delle nobili famiglie Sacchi e Zambecchini. Questa pratica cessò con la creazione del cimitero presso la chiesa del Carmine.

L’aspetto che ammiriamo oggi all’interno è il risultato di un importante intervento avvenuto tra gli anni Venti e Trenta del Novecento, guidato con dedizione dal parroco Don Michele Antonini. In quegli anni, grazie al contributo dell’Amministrazione comunale e al prezioso lavoro volontario dei cittadini, furono rinnovati i pavimenti utilizzando marmo rosso di Verona mentre i cinque altari originari lasciarono il posto a tre manufatti marmorei più sobri. Infine le pareti e la volta furono arricchite dalle decorazioni floreali e geometriche realizzate dall’artista Michelangelo Bedini da Ostra.

Sull’altare maggiore cattura l’attenzione una pregevole tela che raffigura L’ultima comunione di San Girolamo ed è una copia da Domenichino, opera di Silvio Galimberti. Nelle nicchie laterali trovano posto sei statue, tra cui spicca la Madonna della Vittoria dello scultore Moroder di Ortisei. Meritano inoltre di essere osservate la balaustra in ferro battuto e ottone, frutto del lavoro di Rutili, e il rivestimento in marmo del presbiterio, che portano con sé un ricordo della campagna d’Etiopia.

Infine, sopra l’ingresso principale, nella cantoria, è conservato un organo ottocentesco di grande valore, realizzato dal maestro Felice Morganti di Ascoli Piceno. Questo strumento, purtroppo oggi non più funzionante, affascina per la sua cassa lignea dipinta con la scritta “Laudat Deum”, per le sue venticinque canne in stagno e per la tastiera finemente intagliata, testimoniando l’antica arte organaria.

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